Pubblichiamo un interessante approfondimento del dott. Emiliano Guarinon, psicologo, formatore e consulente tecnico di parte, esperto in particolare in danni biologici di natura psichica derivanti da incidenti stradali e infortuni sul lavoro. 

E’ vivace la polemica in atto sugli emendamenti all’art. 32 del decreto liberalizzazioni ed in particolare sul tema della valutazione del danno che deve essere “visivamente e strumentalmente accertato”. A quanto sembra gli emendamenti vogliono colpire in particolar modo il danno da “colpo di frusta”, o comunque quei danni (di cui non ho trovato specificazione sulla loro natura) di lieve entità. Tali danni, da quanto ho letto, rappresentano buona parte delle richieste di risarcimento derivanti da incidenti stradali. Questi emendamenti avrebbero lo scopo di restringere ancor di più i margini di manovra dei soliti “furbetti” del risarcimento seriale, come ho letto in più di qualche blog e fonte web che parla dell’argomento.

Vorrei portare comunque, essendo psicologo ed occupandomi di consulenza tecnica di parte nell’ambito degli incidenti stradali ma non solo, il mio punto di vista su quanto emerso relativamente al danno psichico.

Ho letto vari comunicati e articoli che riportavano dichiarazioni della Presidente dell’Ordine degli Psicologi del Lazio e del Presidente del CNOP, oltre alle richieste del SIMSLA e dell’associazione Vittime della Strada al Sottosegretario Catricalà di rivedere gli emendamenti in questione. Non ultimo l’articolo a firma della Vicepresidente dell’Ordine del Veneto la quale sostiene che il danno psichico non verrà più riconosciuto. Posizione quest’ultima a mio avviso alquanto discutibile. Infatti non ho trovato riferimenti diretti nel testo del decreto al danno psichico, ma solo riferimenti al danno di lieve entità e mi sembra che sia una differenza alquanto significativa. Quindi non si tratta di una differenza qualitativa ma piuttosto quantitativa. Le dichiarazioni delle figure citate poco sopra, ma anche di altri esperti del settore, presumo siano sono state ricavate per analogia, come è lecito fare, ci mancherebbe, ma sempre a mio modesto avviso hanno creato un allarmismo che mi sembra ingiustificato, soprattutto tra i miei colleghi che operano in questo settore.

Il danno psichico può essere strumentalmente accertato, tramite gli strumenti propri della psicologia, riporto la definizione di psicologo contenuta nella legge 56 del 18 febbraio 1989:

Articolo 1. Definizione della professione di psicologo.
1. La professione di psicologo comprende l’uso degli strumenti conoscitivi e di intervento per la prevenzione, la diagnosi, le attività di abilitazione-riabilitazione e di sostegno in ambito psicologico rivolte alla persona, al gruppo, agli organismi sociali e alle comunità. Comprende altresì le attività di sperimentazione, ricerca e didattica in tale ambito.”

Gli strumenti sono i test psicodiagnostici (il cui utilizzo compete esclusivamente allo psicologo iscritto all’albo), quindi se la mettiamo sul piano dell’interpretazione di un termine, in questo caso strumenti, il problema non si pone, in quanto nel decreto, se non erro, non viene specificato il tipo di strumento da utilizzare. La psicologia, ma la stessa pratica clinica, che condivido con tanti colleghi che operano in questo settore dimostra che, normalmente, vengono accettate le diagnosi psicologiche che si sono avvalse di strumenti conoscitivi quali i test psicodiagnostici. Semmai il vero problema su cui discutere è se sia legittimo o meno escludere a priori il risarcimento di un danno la cui quantificazione è inferiore al 9%, la cosiddetta micropermanente, del quale non vi siano esami strumentali a supporto.

Torno a ribadire che da quanto ho potuto appurare non si parla di esclusione del danno psichico dalle configurazioni di danno risarcibili, ma di danno di lieve entità. Quindi certe dichiarazioni mi sembrano fuori luogo e credo siano partite da presupposti non corretti. Il problema, da quanto ho capito e ripeto, non è il danno psichico ma il danno di lieve entità e i conseguenti alti costi per la sua valutazione strumentale.

La preoccupazione dell’associazione Vittime della Strada è, a ragione, che chi è meno abbiente non possa sostenere le spese per tali accertamenti e quindi rischia di non vedere risarcito equamente e giustamente il danno. Altra preoccupazione espressa dall’associazione è che “l’esame strumentale deve essere la conferma, e solo in caso di necessità, di una diagnosi clinica che riveste l’importanza primaria. Il danno psichico o le sindromi di natura ansioso-depressiva possono sfuggire per loro natura all’accertamento strumentale, e rischiano di non essere più valutabili al fine del dovuto risarcimento.”. Anche in questo caso, dal mio punto di vista professionale di psicologo, ci sono dei presupposti di ragionamento che non possono essere condivisi e accettati. La diagnosi clinica (anche psicologica) è il risultato di un esame che si avvale di strumenti conoscitivi: i test. E quindi viene meno il problema a cui fa riferimento l’associazione Vittime della Strada.

dott. Emiliano Guarinon

Lo affermo nel massimo rispetto di tutti quelli che operano nell’associazione, ma in questo caso non è corretto il presupposto da cui partono, ovvero che l’accertamento strumentale non preveda i test psicodiagnostici come strumenti idonei alla valutazione. Certo, mi rendo conto che può sembrare una mera speculazione teorica, ma secondo me l’allarmismo parte da presupposti che non sono corretti. Solo nel momento in cui l’attuale Governo specificherà la tipologia di accertamento strumentale si potranno trarre delle conclusioni. Fino a quel momento non credo ci sia di che preoccuparsi, perlomeno come categoria professionale e quindi di riflesso anche chi chiede una valutazione ai fini del risarcimento del danno. Se il Governo dirà che tra gli strumenti non ci sono i test psicodiagnostici allora come professionista intraprenderò, anche con l’aiuto degli Ordini Professionali, tutte le azioni necessarie a tutela della mia professionalità.

Le preoccupazioni del SIMSLA sono relative al Sistema Sanitario Nazionale che corre il rischio di gravarsi di costi per provvedere a questi esami strumentali, che avrà come ricaduta l’aggravio della spesa per la sanità in generale e l’aumento delle polizze assicurative. Non mi sembra sia stata messa in discussione, nemmeno in questo caso, la risarcibilità del danno psichico.

Su questo punto riporto una riflessione in merito di un altro collega:

le assicurazioni gioiscono per questa normativa perché risparmieranno e non è detto che abbasseranno i premi… il danno psichico in senso stretto ha un evidente riscontro funzionale, è un danno biologico, come fai a non pagarlo?”

Concludo con questo ragionamento: se il Governo esclude i test psicodiagnostici dagli strumenti di accertamento medicolegale, non dovrebbe anche cambiare l’articolo 1 della legge 56/89? Non sarebbe una norma in aperto contrasto con una legge dello Stato?

Mi chiedo da dove sia emersa questa preoccupazione così allarmata da parte della Vicepresidente dell’OPV e della Presidente del Lazio e del Presidente del CNOP, che non trova a mio avviso riscontri oggettivi.

 Dott. Emiliano Guarinon
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Reagisce bene il ventenne spagnolo operato a luglio dal Dott. Pedro Cavadas-Rodriguez, celebre chirurgo che opera nella ricostruzione microchirurgica dal 1994, dell’Hospital La Fe di Valencia. Dopo un tragico incidente stradale, infatti, al ragazzo erano stati amputati entrambi gli arti inferiori: unica alternativa alla sedia a rotelle, appunto, il trapianto. Stiamo parlando del primo della storia: Cavadas, in Africa detto “Dr. Miracolo” grazie anche alla sua Fondazione dedicata alle persone vittime di ferite da arma da fuoco e da machete, è stato il primo chirurgo a cimentarsi in un’operazione di questa portata. L’operazione è durata quattordici ore ed è stata condotta da un team di cinquanta medici. Prima le ossa, poi i tendini, le arterie e infine i nervi: pezzo dopo pezzo, elemento dopo elemento, due gambe nuove sono state attaccate al corpo del giovane. Cavadas di recente ha dichiarato che il decorso post-operatorio sta procedendo molto bene, ma anche che saranno necessari diversi mesi prima che il giovane possa riprendere a camminare senza sostegni.

A Napoli, in occasione del convegno iTech tenutosi il 13 ottobre e dedicato alle biotecnologie applicate alla patologia articolare del ginocchio, si è discusso delle tecniche rigenerative del tessuto cartilagineo.

“Le biotecnologie applicate all’ortopedia – spiega il Prof. Donato Rosa, dell’Università Federico II di Napoli – sono probabilmente il futuro dell’ortopedia. La lesione cartilaginea è la più frequente, ma ad oggi la diagnosi non è sempre facile. C’è l’artroscopia che aiuta; vi sono le possibilità non chirurgiche di cura, che però non sono risolutive, e gli interventi antalgici e ricostruttivi. Di sicuro le biotecnologie, i nuovi materiali e le tecniche chirurgiche in evoluzione sono a supporto dell’ortopedia con risultati interessanti. Gli scaffold, impalcature biodegradabili con l’applicazione di condrociti e/o staminali possono dare buoni risultati. É importante però proseguire nella ricerca”.

Al convegno si è parlato anche di chirurgia protesica attraverso la presentazione dei più innovativi modelli di protesi totale, monocompartimentale e di rivestimento, fino al loro possibile impianto per via artroscopica. Ultimamente poi si possono eseguire metodiche mininvasive artroscopiche. “Come terapia fisica – spiega il Prof. Rosa – una valida opzione terapeutica è la stimolazione biofisica della cartilagine articolare, che si basa sull’utilizzo di specifici campi magnetici pulsanti. Il razionale di questa terapia è rappresentato dal fatto che tali campi magnetici , con una frequenza definita, stimolano i recettori dell’adenosina A2A, responsabili del blocco del processo infiammatorio e del dolore”.

(Da www.ilgiornale.it)

Da questo mese ci si potrà recare presso la propria farmacia di fiducia per prenotare prestazioni di assistenza specialistica ambulatoriale, pagare la relativa spesa e ritirarne il referto.

Il 16 Ottobre, infatti, è entrato in vigore il decreto del ministero della Salute dell’8 luglio 2011 (pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 1 ottobre 2011, n.229). Il nuovo provvedimento, previsto dall’articolo 1, comma 2, lettera f), del D.Lgs. n. 153/2009, individua i nuovi servizi erogati dalle farmacie nell’ambito del Servizio sanitario nazionale e disciplina e rende omogenee le modalità di organizzazione del servizio CUP, volte a garantire al cittadino una più vasta possibilità di scelta e una riduzione dei tempi di attesa notoriamente molto lunghi.

In base al disposto della legge, il farmacista, attraverso un’apposita postazione fornita dall’Azienda sanitaria, provvederà a prenotare l’assistito che si presenterà con l’apposita prescrizione medica, offrendo  il primo posto libero nell’ambito territoriale di riferimento e, qualora l’assistito ne faccia richiesta, le ulteriori disponibilità. La farmacia dovrà essere dotata di postazioni adeguate per permettere un servizio di prenotazione efficiente.

E’ da evidenziare che sono escluse le prestazioni prescritte su ricettario non del servizio sanitario nazionale, gli esami di laboratorio ad accesso diretto, le urgenze di primo e secondo livello e le prestazioni per cui sia chiaramente indicata, sull’applicazione collegata al sistema CUP, una diversa modalità di prenotazione.

Buongiorno a tutti,
con questo breve articolo volevo portare alla Vostra attenzione i risultati di un’interessante serie di studi condotti dall’Università di Padova in collaborazione con ANMIL (Associazione Nazionale fra Lavoratori Mutilati e Invalidi del Lavoro). Cliccando QUI potrete scaricare direttamente dal sito tutto il pdf relativo alle ricerche sui “Disturbi Emozionali dopo un infortunio sul lavoro”.

Nella sostanza questa serie di quattro studi conferma che:  “La sintomatologia post-traumatica si manifesta con un certo grado di gravità in una buona percentuale (attorno al 40%) delle persone che hanno subito un incidente sul lavoro, almeno fino a 5 anni dall’evento”. Disturbi che fanno riferimento all’area ansioso-depressiva, i più riscontrati sono: disturbo d’ansia, depressione, disturbo dell’adattamento, disturbo post-traumatico da stress. Questo sta ad indicare, a mio avviso, l’enorme potenzialità psicotraumatica di un infortunio sul lavoro, non solo dal punto di vista fisico, come potrete immaginare e come riportato purtroppo dagli articoli di cronaca e dai servizi al telegiornale, ma anche sul versante psicologico, aspetto dell’infortunio che, come per gli incidenti stradali, talvolta viene tralasciato e non considerato.

Un altro risultato emerso da questi studi, che conferma le ipotesi di altre ricerche scientifiche, è la persistenza anche dopo 5-10 anni della sintomatologia attiva dei disturbi. Ciò avviene in particolar modo quando si tratta del Disturbo Post-traumatico da Stress, i cui sintomi sono: pensieri intrusivi relativi all’incidente, incubi, appiattimento emotivo, evitamento del luogo dell’incidente o di qualsiasi altra cosa che lo ricordi, per elencare i principali. Un altro sintomo indicatore di problemi psicologici che è stato riscontrato è la rabbia, in passaggio si legge: “l’esperienza clinica indica che talvolta sono proprio l’irritabilità e gli scoppi di collera a suggerire la possibile presenza di un precedente evento traumatico, anche indipendentemente dal manifestarsi di quadri clinici ansioso-depressivi”.
Se pensiamo che i sintomi per stabilizzarsi e diventare cronici hanno necessità, a seconda del disturbo, di un periodo che va dai 3 ai 9 mesi circa, possiamo immaginare le condizioni di vita di queste persone dopo anni vissuti con queste problematiche. Inoltre spesso, purtroppo per gli infortunati, tale danno psicologico non viene valutato e quindi non viene risarcito. Si legge nella discussione dei risultati del secondo studio: “…degna di nota la mancanza di relazione tra entità della sintomatologia post-traumatica e grado di invalidità o distanza temporale dall’evento. Il grado di disabilità assegnato ad un individuo che ha subito un incidente sul lavoro non sembra, quindi, cogliere tutte le conseguenze psicologiche ed emozionali (di) tale evento”.

L’unico modo, per alleviare la sintomatologia dopo che si è cronicizzata, è intervenire con incontri di sostegno psicologico o psicoterapeutici.

Per dare un dimensione delle conseguenze di un infortunio sul lavoro a livello psicologico emerge da quest’altro passaggio: “Le ripercussioni psicologiche individuali possono perdurare anche a distanza di tempo dall’incidente (anni) e potrebbero essere la causa diretta di un mancato rientro al lavoro e di un ridotto funzionamento psicosociale. Questo sottolinea, di nuovo, l’utilità di intervenire tempestivamente dopo l’infortunio, con una diagnosi precoce e con l’offerta di un’assistenza psicologica mirata alle vittime di incidenti sul lavoro”.

Concludendo, ritengo sia importante tenere in considerazione anche l’aspetto psicologico relativo agli infortuni sul lavoro, che talvolta viene meno perché le conseguenze fisiche appaiono più evidenti. Poiché  come dimostrato da questa serie di studi è frequente la presenza di disturbi psicologici come conseguenza diretta di un infortunio sul lavoro. Vi invito a riflettere su cosa potrebbe rappresentare per ognuno di noi la perdita di un dito, di una mano, uno sfregio sul volto o la presenza di cicatrici sul proprio corpo, l’immagine che si ha di sé cambierebbe? Se sì, in che modo? Saremmo in grado di accettare senza “scossoni” tale nuova immagine? Per alcuni potrebbe non avere molta importanza, ma per altre persone potrebbe rappresentare un episodio grave, tale da rimettere in discussione la propria immagine con conseguenze che si riflettono sull’equilibrio psicologico messo alla prova da un evento doloroso come può essere un infortunio sul lavoro. Non si tratta solo della propria immagine corporea, ma anche di quei pensieri che ritornano di frequente sull’incidente, l’orrore provato al momento, l’aver sentito a rischio la propria vita o quella dei colleghi, il ripresentarsi continuo di queste immagini durante lo stato di veglia (tipo flash) ma anche in sogno, con incubi che sembrano essere reali. La tendenza poi a isolarsi, a evitare certi luoghi e le persone (colleghi) che in un qualche modo ricordano l’incidente. Nel caso una persona ritorni al lavoro, provate a pensare al fatto di dover ripassare ogni giorno sul luogo del proprio incidente, rivedere ogni volta, ma soprattutto rivivere ogni giorno quelle stesse terrificanti sensazioni.

Credo sia doveroso valutare anche questi aspetti e soprattutto darne un giusto riconoscimento e offrire un adeguato percorso di recupero psicologico da tale trauma, che permetta alla persona di vivere il più possibile serenamente la propria vita.

Dott. Emiliano Guarinon

psicologo – consulente – CTP

Partner Blumed

Tel: 349 6237870
Web: www.modellidicambiamento.it
Email: emiliano@modellidicambiamento.it

 

 

Arrivano dall’Olanda le prime positive notizie sull’andamento dei test di Lopes (“Lower-extremity Powered ExoSkeleton”), il prototipo per la riabilitazione di quei soggetti che, a seguito di un ictus, non sono più in grado di deambulare autonomamente.
Per il momento gli ingegneri dell’Università di Twente stanno sperimentando il Lopes su soggetti rimasti paralizzati dopo lesioni spinali, e già i primi risultati sono più che confortanti. Si tratta di una vera e propria macchina che aiuta i pazienti durante la riabilitazione, mentre sono ancorati sopra il tapis-roulant, sostenendone i movimenti quando incerti, studiandone ciascuna posizione per eventualmente correggerla.
“Per esempio, se alcune persone non sono in grado di sollevare il piede in modo appropriato, Lopes percepisce che il piede non è alzato correttamente, confronta il movimento con un modello di riferimento e quindi esercita una forza o una spinta che aiuta il paziente”, spiega Edwin van Assledonk, responsabile del progetto. Il Lopes può agire anche sul cervello del paziente, stimolando quei collegamenti che, dopo l’ictus, sono venuti a mancare. “Nel caso di un ictus è molto importante stimolare e indurre segnali nel cervello – spiegano i ricercatori che hanno progettato il Lopes – solo quando si inviano informazioni dalle gambe e viceversa. Allora si può confidare nella reazione plastica del cervello e quindi nel suo stesso recupero”. Il macchinario sarà testato accuratamente in Olanda prima di essere diffuso e prodotto in tutto il resto d’Europa, ma i risultati sono già molto incoraggianti.

Si sono conclusi ieri gli “Sports Days”, la tre giorni nazionale che alla Fiera di Rimini ha fatto il punto sulla situazione sull’attività sportiva in Italia. La kermesse, organizzata dal Coni,  ha richiamato gli appassionati di tutta Italia per scoprire le novità delle varie discipline, fare prove, test attitudinali e gare, provare nuovi attrezzi e equipaggiamenti. Numerosi e di grande attualità gli argomenti trattati in questi giorni all’interno dell’Assemblea Nazionale, dove si è discusso di sviluppo sostenibile, diritti delle donne, sport di cittadinanza, ma anche della responsabilità sociale e del ruolo di primaria importanza dello sport.
L’Uisp, l’Unione Italiana Sportpertutti – che guarda già al proprio congresso nazionale del 2013 – ha partecipato come forza attiva ai convegni sul futuro dello sport in Italia. In particolare il vicepresidente nazionale Uisp Vincenzo Manco ha sottolineato come lo sport sia “veicolo di politiche sociali per la salute, l’inclusione, l’ambiente, la solidarietà. Si apra una stagione nuova per sostenere il valore sociale dello sport come avviene nel resto d’Europa. L’Uisp è pronta a fare la sua parte, sia sul territorio, sia a livello nazionale. Anche il Coni e il governo devono fare la loro, senza vessare le società sportive del territorio, senza avvitarsi sulla logica dei tagli alla cieca. L’Uisp organizzerà un’assemblea nazionale delle società sportive entro la prossima estate: solo affrontando i problemi dello sport sul territorio si può pensare allo sviluppo. Le società sono le protagoniste del movimento sportivo: vanno ascoltate e sostenute nei fatti. Lo sport può rappresentare uno dei volani per rimettere in moto il paese: impiantistica, turismo, occupazione, salute” (www.uisp.it).

Il Dott. Emiliano Guarinon di Modelli di Cambiamento – nostro Partner Blumed – ci aggiorna su alcune delle valutazioni da lui effettuate in quest’ultimo periodo. Lo scopo è fornire degli esempi concreti e confrontarli con le pratiche in corso per valutare, nel caso si riscontrino somiglianze, un approfondimento di tipo psicologico sulle conseguenze riportate dall’assistito.

1° caso: sig.ra di circa 40 anni, si reca in visita ai genitori, è trasportata, durante il viaggio di notte il conducente perde il controllo del mezzo in autostrada e dopo essersi ribaltati finiscono contro una rete di protezione. La sig.ra riporta la frattura di una vertebra e altre contusioni, rimane in ospedale per alcuni mesi.

Sintomi riportati nel colloquio ed emersi dai test somministrati: ansia, paura che l’evento si ripeta, difficoltà ad addormentarsi, incubi, evita gli spostamenti in auto, aumento del ritiro sociale, ipervigilanza quando si sposta in auto nelle rare occasioni in cui lo fa solamente con il marito. Sintomi che iniziano a manifestarsi da subito e permangono a distanza di diversi mesi dopo l’incidente.

Diagnosi: Disturbo Post-traumatico da Stress di grado lieve, a cui è stata attribuita una percentuale dell’8% di invalidità psichica.

2° caso: sig. di 45 anni circa, a seguito di un incidente stradale in cui riporta gravi fratture alla caviglia e lesione dei tendini del tallone, viene sottoposto a diversi interventi per complicanze sopravvenute (infezione delle protesi ortopediche).

Sintomi riportati nel colloquio ed emersi dai test somministrati: umore depresso, ansia, somatizzazione, perdita di speranza per il futuro, compromissione delle relazioni sociali principali, comprese quelle con la madre ed il figlio. I sintomi iniziano a manifestarsi dopo alcuni mesi dall’incidente e comunque a seguito dei ripetuti interventi.

Diagnosi: Disturbo dell’Adattamento con Umore Depresso, a cui è stata attribuita una percentuale del 6% di invalidità psichica.

Dott. Emiliano Guarinon

psicologo – consulente – CTP

Tel: 349 6237870

Web: www.modellidicambiamento.it

Email: emiliano@modellidicambiamento.it

Molti gli articoli che, al nostro rientro dalle vacanze estive, ci ricordano che è tempo di purificarsi dalle tossine e dai chili di troppo accumulati in quei quindici famosi giorni di meritato relax.
In più, siamo bombardati di notizie che ci spiegano come – per vivere meglio e più a lungo – basti un’alimentazione sana e variata e un po’ di sport. Sì, ma… meglio correre o camminare? Michael Feigin, fitness coach da seguire anche su Twitter (www.twitter.com/thefitnessguru), conferma che una sana camminata giornaliera a passo sostenuto coinvolge gruppi muscolari che ci servono per tornare in forma. Ovviamente correre fa bene e aiuta a perdere peso, ma ha una serie di controindicazioni: ad esempio, può essere poco raccomandabile se non siete esperti o se siete poco allenati. Camminare è ottimo, ma non si consumano molte calorie. Feigin propone dunque una soluzione: la camminata veloce, la marcia. Mantenere un passo sostenuto e veloce, senza però finire per correre. Un’ottima via di mezzo, che richiede una serie di accorgimenti e di suggerimenti:
•    un buon riscaldamento è fondamentale per cominciare l’esercizio;
•    quando marciate, pensate di essere molto alti: tenete il busto eretto, ma sempre le spalle rilassate;
•    quando avanzate fatelo con passi piccoli, facendo attenzione a porre il tallone del piede in movimento giusto davanti all’altro piede;
•    usate un cardio frequenzimetro per monitorare i vostri miglioramenti; se volete aumentare lo sforzo, provate un percorso in salita, passi più veloci o movimenti delle braccia più ampi.
•    se iniziate ora, andate piano: inizierete a sentire una serie di muscoli che non vi ricordavate nemmeno di avere, perciò è corretto che non puntiate ad affaticarvi eccessivamente.
(Tratto da…)

Da una recente ricerca è emerso che le terapie di gruppo, anche effettuate tra una cerchia ristretta di persone, migliorano il trattamento rispetto alle sedute individuali.
Lo studio, portato avanti dalla Fondazione Don Gnocchi IRCCS di Firenze, è stato presentato e premiato con l’Isico Award nel corso del VII Congresso Rachide e Riabilitazione di Isico (Istituto Scientifico Colonna Vertebrale).
La ricerca “Manipolazioni vertebrali confrontate a back school e a fisioterapia individuale per il trattamento della lombalgia cronica: uno studio randomizzato con follow-up a un anno “ di  Cecchi F., Molino-Lova R., Chiti M., Pasquini G., Paperini A., Conti AA, Macchi C.- Clin Rehabil. 2010 Jan;24(1):26-36 ha messo a confronto manipolazioni vertebrali, back school e trattamenti individualizzati con l’obiettivo di verificare l’efficacia dei tre protocolli riconosciuti in letteratura attraverso il coinvolgimento di 210 pazienti, in prevalenza donne con un’età media di 60 anni.
Il Dott. Negrini sottolinea dunque l’importanza di un trattamento individualizzato di esercizi in piccoli gruppi, ma anche di un approccio individuale in team di tipo bio-psico-sociale, per curare quelle complicanze psicologiche e sociali che il dolore ha aggiunto alle iniziali problematiche: “Lo studio che abbiamo premiato è una ricerca interessante che dimostra secondo me ancora una volta l’importanza di trattare, come facciamo nel nostro Istituto, le problematiche psicologiche oltre a quelle fisiche – commenta il dott. Stefano Negrini, direttore scientifico di Isico- Infatti, se gli esercizi sono meno intensi (trattamento in gruppo rispetto a individuale) ma i risultati sono migliori, questo può solo dipendere dall’interazione in gruppo, che consente di stemperare le tensioni psicologiche tipiche della lombalgia cronica, che non è solo un problema di tipo fisico ma una patologia bio-psico-sociale (si tratta di un dolore che si prolunga per almeno sei mesi) di grosso impatto se pensiamo che colpisce oltre 2 milioni di Italiani”.